Fotocomputer, N.65, IT

Foto Computer N.65_Striscia Art_2

 

Roger Weiss

“Il piacere del vedere è primavera che nutre l’estate di un sentire più profondo: la possibilità di essere insieme agli altri”. Esordisce in questo modo la nostra intervista, Roger Weiss, l’artista dell’immagine svizzero, anche un po’ “filosofo”, che sa colpire nel segno con le sue immagini. Andiamo a conoscerlo.

 

Come hai iniziato a fotografare?

Il mio inizio ha coinciso con la consapevolezza che la vita si spieghi senza il fondo logico da cui si può pensare emergano gli effetti, i quali significherebbero da soli, senza nessuna traccia a testimoniare il nostro cammino. Tutto è sempre e solo inizio, senza echi da applaudire.

 

Cos’è per te la fotografia?

Trovo nel bronzo della scultura, nella matericitá della pittura, un calore che sento come un elemento essenziale per la consacrazione ad opera di un pensiero. Poter toccare un’opera significa vibrare con essa, in un senso che la sola idea non potrà mai raccontare. Questo credo sia il motivo per cui inizialmente ho cercato la possibilità di vedere crescere e coesistere insieme tanti elementi che per me sono vita, in un equilibrio nuovo, dove la fotografia è solo una componente di un universo in cui nel centro pulsa la ricerca della piena percezione del presente, nell’espressione di un senso contemporaneo all’esperienza.

In tutto questo, la macchina fotografica è per me una maschera dalla quale prendo forza e nascondo la mia idea del limite, in una realtà ritratta tutta insieme, in un momento solo e senza mediazioni.

 

Quali sono i temi della tua fotografia?

Il corpo femminile è l’albero nel quale desidero riconoscere le radici dei miei ed altrui desideri. Andando oltre all’immagine, per arrivare al centro della mia intenzione, trovo che di fatto sia l’incontro in sé ad interessarmi intimamente, il vero sapore, quello che non si può né raccontare né ritrarre.

Quando, nel giro di pochi momenti, si decide quanto e come mettersi in gioco, l’uno nei confronti dell’altro. Quello che ne rimane non è solo un frammento di vita vissuta attaccato ad un muro,é materia da toccare, pronta a risvegliare un senso profondo legato al corpo come espressione dello spirito, da conoscere, toccare. Da annusare. Una magia che avviene nell’attimo, sempre diverso, di un incontro fatto di fiducia e tensioni.

Il corpo è la porta in cui inserire la chiave di lettura che é il mio intimo desiderio di andare oltre a me stesso, in una direzione che é con gli altri. Immergermi nel mondo senza temerne le conseguenze ed amare. Non credo vi sia nulla di più difficile, ma allo stesso tempo, di più coinvolgente. In quest’ultimo periodo ho frammentato in piccole parti tutto quanto ho costruito sino ad ora, per ridurlo ai minimi termini, e riguardarlo in uno spazio dalle prospettive e dai colori che prendono vita in nuove dimensioni da visitare.

 

Quali strumenti usi per catturare le immagini? 

Alterno, a seconda del momento, un piccolo rimedio formato analogico ad una digitale professionale.

 

Qual è il tuo rapporto col digitale?

Uno scatto, semplice, pulito, sterile. Uno scatto che posso sporcare con imperfezione della terra, il pigmento, che raccolgo e tocco ed impasto mischiando parte di me ad esso. Il digitale è la possibilità di lavorare con una libertà che non ho scoperto con la fotografia tradizionale. 

Dico di non aver scoperto poiché per anni mi sono cimentato con le tecniche fotografiche e di stampa, le più svariate. Il mio non è stato un approccio approssimativo, ho approfondito in camera oscura le tecniche antiche, il colore ed in bianco e nero e, prova dopo prova, ho cercato, per fortuna senza mai trovarla, la perfezione.

 

Quali sono, secondo te, i pregi e difetti del digitale?

Il fatto di aver deciso di usare un mezzo piuttosto di un altro mi porta a desiderare di arrivare al massimo, cercando il pregio nel difetto.

 

Come e quando usi il fotoritocco?

Non mi sono dato limiti legati al pensiero che una tecnica debba rimanere incontaminata.. Gli interventi che apporto alle mie immagini sono strettamente legati all’idea che lo studio debba prendere corpo nella maniera più naturale e, se ciò implica il fotoritocco, non mi impongo nessuna limitazione al di fuori della coerenza con me stesso.

 

 

 

Sp001-002PH

h03

Fine Art Giclée print, cm 130×45

2004

 

 

 

 

 

 

 

Sp003PH

h04

Fine Art Giclée print, cm 70×130

2004

 

 

 

 

 

Sp004PH

h02

Fine Art Giclée print, cm 100×130

2004

 

 

 

 

 

 

Sp005PH

h05

Fine Art Giclée print, cm 130×100

2004

 

 

 

 

 

Sp006PH

h06

Fine Art Giclée print, cm 100×100

2004

 

 

 

 

 

 

 

Sp007PH

h07

Fine Art Giclée print, cm 100×130

2004

 

 

 

 

 

 

 

Sp008PH

h08

Fine Art Giclée print, cm 100×100

2004

 

 

 

 

 

The Project

 

 

 

 

 

 

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