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Interview

Voglio scoprire nuovi territori da esplorare e raccontare

Ticino Welcome, CH. Sept/Nov, 2013

 

 

Interview

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Chi è Roger Weiss?

 

«Sono nato in Svizzera, il mio approccio alla macchina fotografica è stato immediato ed è avvenuto in giovane età. Mi sono laureato con lode all’Accademia di Belle Arti di Brera. La mia curiosità verso l’essere umano mi ha portato ad approcciarmi ad esso sia artisticamente che come fashion photographer. Ho all’attivo esposizioni e pubblicazioni internazionali».

 

 

 

Quando e come hai deciso di avventurarti nel mondo della fotografia?

 

«Mi sono legato indissolubilmente alla fotografia durante il primo anno di Accademia, quando mi sono reso conto che avrei potuto usare il mezzo fotografico come una maschera da cui partire per prendere forza e nascondere la mia idea del limite».

 

Puoi parlarci del tuo lavoro nel corso degli anni?

 

«I am Flesh è il progetto che mi ha permesso più di altri di esplorare la nostra frammentazione sociale e la mancanza di ritualità, un atto che permette all’uomo di mantenere il giusto equilibrio con il mondo circostante, mantenendo una propria identità. L’iniziazione di un fanciullo all’età adulta di alcune civiltà, conferisce all’atto un valore che segna per sempre la persona al rispetto e alla responsabilità delle proprie azioni. Oggi non c’è più questo elemento fondamentale perché una civiltà mantenga sana la propria posizione. Mangiare carne significa saper uccidere l’animale che si mangia. Senza questo processo, decade ogni altro valore. Le responsabilità e la conoscenza sono volutamente frammentate, settorializzate. Creando così una più facile manipolazione sull’individuo. Non ci sentiamo responsabili di nulla, pur essendolo, poiché ci è permesso di non vedere oltre al nostro atto/frammento. In linea con questo pensiero ho iniziato da poco un nuovo progetto che vi presenterò in anteprima».

 

 

 

Raccontami del progetto Human Dilatations, il progetto sul quale stai lavorando.

 

«Sì, è ancora in lavorazione e tocca un argomento al quale sono molto sensibile. L’immagine della donna nel nostro tempo e lo schematismo a cui la sua figura è stata ridotta, un insieme di canoni e modelli a cui far risalire la donna/individuo, invece che il contrario.

 

Human Dilatations non teme i segmenti della cedevolezza del corpo insieme alle sue imperfezioni, ma accompagna l’immagine femminile ad apparire nel suo insieme come una forma altra, in un gioco di distorsioni che permette di rapportarsi all’immagine in modo cangiante, distaccandosi completamente dal gusto stereotipato ed ipocrita del bello. La serie comprenderà diverse opere fotografiche di grande formato che sto definendo con lo studio berneassociati.eu per la stampa ed un vero e proprio gioiello: un libro edito da josefweissedizioni.ch, un unicum stampato ancora a mano su carta pregiata e composto con caratteri mobili. All’interno saranno presenti 3 opere della serie Human Dilatations che accompagneranno il testo del Cantico dei Cantici di Salomone».

 

 

 

Come sei arrivato a questa idea?

 

«Il mio percorso è nato con l’approcciare all’idea dell’Essere femminile come ad una dimensione che vada oltre al Logos, all’intelligibile, e farlo attraverso la mia visione, quella di un uomo.

 

Per far ciò non potevo che partire dal Neolitico, il simbolismo della Dea ed il mistero della nascita, morte e rigenerazione. Una ciclicità che è stata rappresentata da tutto un sistema simbolico sopravvissuto per millenni. Prima ancora delle religioni patriarcali.

 

Ho creato un feeling immediato con la sintesi che ho trovato nelle statuette in osso, pietra o terracotta dell’età della pietra. Sono essenza pura, dense di quelle fragilità della vita e alla continua ricerca dell’uomo di avanzare, che ancora oggi ci rappresentano. Non è cambiato molto nella natura dell’uomo se non, oggi, nella mancanza di quella ritualità che probabilmente conferiva al ciclo della vita una propria dignità».

 

 

 

Che ruolo ha l’uomo nel tuo lavoro?

 

«L’uomo, nel senso di essere umano, è l’ossessione del mio indagare. Prima del nostro conosciuto c’era altro. Prima del patriarcato e del matriarcato, delle ideologie e delle istituzioni, c’era un equilibrio sociale in una continuità matrilineare pronta ad abbracciare l’idea del tutto e della ciclicità della vita. Paradossalmente, oggi, in nome di una forma di “civiltà logica” abbiamo perso la nostra “civiltà umana” che, per amore di un ordine maggiore, di un valore assoluto e definitivo, ci siamo dimenticati l’uomo, che è paradosso dei paradossi l’essere meno assoluto e definitivo del creato, è l’esemplare più “particolare” (nel senso di “è una parte, mai una sintesi ideale”) e “contingente” e in “divenire” che ci sia al mondo».

 

 

 

Che cosa chiedi ai tuoi soggetti di fronte alla macchina fotografica?

 

«Il mio soggetto/modella sa che, al di là del risultato, ciò che mi interessa è l’incontro in sé, esattamente quando, in pochi istanti, si deve decidere come e quanto di se mettere in gioco. Il resto viene senza forzature».

 

 

 

Hai lavorato sia con la fotografia che con il video, come ti adatti creativamente tra i due mezzi?

 

«Uso il video come fosse una macchina fotografica, dilatando nel tempo un’immagine costante ed uso la fotografia per cogliere l’attimo, come per un cacciatore con la sua preda. «Si scatta, si spara, si spera di catturare la preda. Il predatore-cacciatore dorme per riposare e sogna per ripassare il proprio saper cacciare. Fotografare è sognare di cacciare, sparare alle prede per poi catturarle davvero il giorno dopo, alla luce del sole. Roger Weiss è come il cacciatore che dipingeva nella camera oscura della caverna la cacciagione affinché la caverna la partorisse là fuori, dove poi lui gli avrebbe dato la caccia alla luce del giorno. Canale del parto, caverna platonica, camera oscura, parete rocciosa, pellicola, supporto digitale… Resta un cacciatore il fotografo, uno strumento di caccia la fotografia; ars goetia, una teurgia il fotografare» (Maurizio Medaglia)».

 

 

 

Come affronti un nuovo progetto quando hai un’idea?

 

«Ciò che mi circonda diventa un campo di sperimentazione che è alimentato dal desiderio di mettermi in gioco. Sono sempre aperto a mettermi in discussione, cercando di trovare il coraggio di non guardarmi indietro e capire qual è il modo che mi permette di sentirmi in crescita».

 

 

 

Qual è il tuo statement artistico?

 

«Le società creano e distruggono modelli nell’interesse di pochi. È responsabilità di ognuno di noi cercare e trovare alternative».

 

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 

Lavorare sul concetto di Totem.

 

Penso allo scultore, quando toglie il superfluo per liberare l’opera/feto contenuta nella materia inanimata, per dargli vita in un vespaio sempre in movimento nel quale viviamo e percepiamo come ci hanno imposto di vedere. Non si sa nulla di ciò che ci circonda ed in questo continuo moto, come lo scultore vede la propria opera prima che nasca, io vedo il feticcio dal quale voglio togliere il superfluo per cercare il mio totem contemporaneo.

 

Un potente mezzo che porta all’essenza ultima del tutto: paura, soggezione, attrazione (Eros -> vedo VS Thanatos -> non posso toccare), vita, morte, etc.

 

Il totem crea pensieri e non movimento e rappresenta la totalità intorno alla quale si possono creare riti, racchiudere tutto ciò che le persone possono pensare, desiderare… divenendo così tabù, ed il tabù non si può toccare.

 

 

 

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